Ricordando Marcello de Cecco nel giorno del suo compleanno. Il mio contributo

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Marcello de Cecco e le ricerche sul finanziamento delle piccole e medie imprese. [download pdf]

Intervento alla giornata: Ricordando Marcello de Cecco nel giorno del suo compleanno, Siena, Dipartimento di Economia Politica e Statistica, 17 settembre 2016.

di Alberto Baccini (Università di Siena)

Ringrazio molto per l’invito a partecipare a questa tavola rotonda.

Non posso affermare di essere un allievo in senso stretto di Marcello de Cecco. Ma l’incontro con de Cecco è stato per me decisivo. Visto che la gran parte della platea è fatta da professori universitari, è bene precisare che non mi riferisco al fatto che ho ricevuto l’idoneità da professore ordinario da una commissione presieduta da de Cecco. Mi riferisco invece alla non così breve esperienza di lavoro che ho avuto con lui. Parlerò di un de Cecco, per così dire, minore, non il brillante e colto economista di moneta, finanza e banca. Ma di un de Cecco che tentava di capire il funzionamento concreto dell’organizzazione delle piccole imprese italiane e delle loro modalità di finanziamento.

Per prepararmi a questa tavola rotonda ho fatto lavoro di archivio, cioè ho scavato nell’hard disk del mio computer cercando documenti che mi servissero a precisare i ricordi, alcuni ancora vivissimi. Ho ritrovato la prima lettera che scrissi a de Cecco: 30 gennaio 1990, gli inviavo la mia tesi di laurea che avrei discusso  di lì a qualche mese. All’epoca de Cecco insegnava all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. A seguito di quella lettera ci fu il nostro primo incontro e restai impressionato. Dall’intelligenza vivissima. E dalla capacità di discutere con leggerezza, erudizione, ironia e profondità di tutto.

Nel 1993-1994, ero al primo anno di dottorato, e de Cecco mi propose di svolgere con lui un lavoro di ricerca per cui aveva dei fondi. Il tema era il finanziamento delle piccole e medie imprese (PMI), su cui lavoranno per cuirca un anno e mezzo. L’idea di de Cecco era di indagare i meccanismi reali di finanziamento delle PMI dal lato della domanda. Credo che quel tema stesse dentro un suo programma di ricerca più ampio in cui rientrava l’analisi del sistema bancario e dei rapporti con le imprese che avrebbe dato origine al libro con Giovanni Ferri Le banche d’affari in Italia (de Cecco and Ferri 1996).

All’epoca, uno dei punti di riferimento era un articolo secondo cui nel corso degli anni ’80 le PMI si erano finanziate prevalentemente attraverso l’indebitamento, mentre le imprese più grandi si erano autofinanziate o avevano attinto a capitale di rischio. La PMI avevano perciò una struttura delle passività caratterizzata da indebitamento a breve termine e finivano per dipendere per i loro finanziamenti prevalentemente da una o al più da poche piccole banche. Così i fattori di inferiorità di queste banche in termini di caratteristiche dei servizi offerti -prodotti bancari tradizionali-  finivano per gravare sulle PMI (Flaccadoro and Pittaluga 1992).

In direzione radicalmente opposta andava invece la riflessione sul distretto industriale. Dei Ottati (1992) aveva scritto un articolo sulle relazioni intrecciate tra subfornitura e credito, in cui si riprendevano alcune intuizioni derivanti da Williamson. Nel distretto i rapporti di conoscenza personale si cristallizzano in capitale marshalliano di fiducia che favorisce l’instaurarsi di rapporti privilegiati tra operatori che tenderanno a concludere quante più transazioni possibile tra loro, proprio per risparmiare sui costi di transazione. Attraverso le transazione intrecciata tra subfornitura e credito si crea una struttura organizzativa informale in cui l’imprenditore terminale (impannatore) partecipa in modo diretto e personale al rischio dell’impresa fornitrice. All’interno del distretto si istituisce così una doppia intermediazione finanziaria. L’imprenditore terminale offre garanzie, anche fideiussorie, alle banche a favore delle PMI; ed alimenta anche un mercato secondario dei prestiti. Di fatto l’imprenditore terminale agisce come mediatore rispetto alla banca selezionando i migliori progetti di investimento del distretto.

Il lavoro di Dei Ottati non presentava che debolissime evidenze dell’esistenza di queste transazioni intrecciate. L’idea che elaborammo con de Cecco, basata sulla lettura di un vecchio libro (Holt et al. 1960), fu di ricostruire sul campo  in modo circostanziato le procedure normalmente utilizzate dalle imprese per l’accesso al credito. L’idea di lavorare sul campo con interviste e osservazione diretta non era molto ortodossa neanche all’epoca. Più da etnografi e antropologi che da economisti accademici. Scegliemmo un caso di studio: una grande impresa elettromeccanica, filiale italiana di una multinazionale statunitense, che aveva un grande sistema di subfornitura. E cominciò il lavoro sul campo.  Io facevo le interviste e le osservazioni, e regolarmente ne riferivo a de Cecco in lunghe chiacchierate in cui si mettevano insieme conoscenze teoriche ed empiriche. Il risultato finale di questo lavoro furono un lungo working paper (Baccini 1994) ed un articolo sulla Rivista di Politica Economica, firmati entrambi soltanto da me (altri tempi, ed altro modo di intendere il lavoro accademico rispetto a quelli attuali…) che contenevano, riletti ad anni di distanza, qualche ingenuità ed alcune considerazioni rilevanti (Baccini 1995) .

Il risultato principale fu la descrizione di un sistema di subfornitura complesso in cui le decisioni delle imprese fornitrici non vennero spiegate in riferimento al modello neoclassico standard, né al modello distrettuale, ma sulla base della teoria economica del sistema feudale di Kula (1970). Una strada che non ha avuto grande impatto in letteratura, ma che è stata riscoperta di recente da un gruppo di ricerca francese che studia i sistemi di subfornitura (Perraudin et al. 2014).

Dal punto di vista del finanziamento trovammo invece un quadro completamente diverso da quello suggerito dalla letteratura sui distretti. La domanda di strumenti di finanziamento risultò fortemente diversificata tra imprese appartenenti ai diversi livelli della rete di subfornitura. E non trovammo traccia di relazioni intrecciate virtuose tra subfornitura e credito. La situazione appariva addirittura rovesciata: le imprese del sistema di sub-fornitura garantivano flussi finanziari a breve, anche rilevanti, dalle imprese stesse e dal sistema creditizio verso la grande impresa.

Credo che anche a partire dai risultati di questa ricerca sia nata l’idea di Marcello de Cecco di individuare il commercialista come lo snodo chiave per le decisioni di finanziamento delle imprese, presente per esempio in (de Cecco and Ferri 1996). Da questa ricerca era infatti emerso per la prima volta l’evidenza che in realtà nelle decisioni interne di finanziamento delle  PMI giocasse un ruolo chiave il commercialista. Nel 1996-1997 lavorammo per circa un anno sul ruolo del commercialista nelle decisioni di finanziamento delle PMI. In questo caso alcune interviste sul campo le facemmo insieme. Ricordo ancora una intervista organizzata nel soggiorno di casa mia con un commercialista fiorentino, che durò un intero pomeriggio. Il risultato di questo lavoro fu un lungo documento mai pubblicato  (Baccini 1998). Alcune di quelle informazioni filtrarono anche negli articoli di de Cecco su Affari e Finanza di quegli anni. Negli anni successivi discutemmo ancora di questi temi quando de Cecco mi propose alla Banca Nazionale del Lavoro per scrivere un libro sul ruolo di Artigiancassa nel finanziamento delle piccole e medie imprese italiane (Baccini 2002) .

Dicevo all’inizio che non sono in senso stretto un allievo di de Cecco. E mi sembra che questi episodi di lavoro sul campo siano tutto sommato marginali nella sua traiettoria intellettuale.

Queste esperienze di lavoro a stretto contatto con lui nei miei anni di formazione sono state invece per me di grande importanza. Sono due le lezioni principali che ho appreso in quegli anni.

La prima è che l’economia è una scienza sociale, in cui lo studioso deve essere libero di usare tutta la gamma degli strumenti di indagine propri delle scienze sociali. La realtà è più complessa dei modelli, e c’è bisogno di una vasta strumentazione per spiegare i fenomeni reali. L’osservazione diretta della realtà, la partecipazione osservante alle riunioni, la lettura delle fonti più disparate, permette allo studioso di cogliere elementi che la sola manipolazione di modelli trascurerebbe completamente. Se dovessi spiegare questa attitudine alla ricerca in modo sintetico, direi che questa attività nelle scienze sociali e quindi in economia somiglia più all’attività degli “umili artigiani della scienza” evocati da Robert Merton (Merton 1957), che alla produzione di paper a mezzo di paper ormai dilagante.

La seconda lezione, non meno importante, è invece una attitudine alla completa libertà teorica. Non ci sono gabbie predeterminate. Non ci sono modelli astratti cui sia sufficiente modificare qualche variabile per trovare una spiegazione per tutto. Contaminare stili teorici e strumenti di indagine diversi può invece aiutare a capire e spiegare.

Sono grato a de Cecco per la grande lezione di onestà accademica ed apertura intellettuale che ho ricevuto nei miei anni di formazione. Spero di essere riuscito a comunicarlo. Ovviamente la responsabilità di aver usato bene o male quella lezione è soltanto mia.

 

Riferimenti

Baccini, A. (1994). Industrial organization and the financing of small firms: the case of MagneTek. European University Institute, Robert Schuman Centre Working Paper, doi:10.13140/RG.2.2.24082.04808

Baccini, A. (1995). Microstoria e organizzazione industriale: il caso MagneTek. Rivista di Politica Economica, 85(5), 43-92.

Baccini, A. (1998). Alcune note sul ruolo del commercialista nel finanziamento delle PMI. doi:10.13140/RG.2.2.21738.31687.

Baccini, A. (2002). Artigiancassa: Da Istituto di Credito Speciale a Banca per le Imprese Artigiane 1953-2001 (Collana storica del gruppo BNL. Atti e Documenti): BNL Edizioni Giunti Gruppo editoriale.

de Cecco, M., & Ferri, G. (1996). Le banche d’affari in Italia. Bologna: Il Mulino.

Dei Ottati, G. (1992). Fiducia, transazioni intrecciate e credito nel distretto industriale. Note economiche, 22, 1-30.

Flaccadoro, R., & Pittaluga, G. B. (1992). Vincoli finanziari e crescita delle piccole e medie imprese. Rivista internazionale di scienze sociali(2), 103-129.

Holt, C. C., Modigliani, F., J.F., M., & Simon, H.A. (1960). Planning Production, Inventories, and Work Force. Englewood Cliffs, New Jersey: Prentice-Hall.

Kula, W. (1970). Teoria economica del sistema feudale. Proposta di un modello. Torino: Einaudi (ed. or. in polacco 1962).

Merton, R. K. (1957). Priorities in Scientific Discovery. A Chapter in the Sociology of Knowledge. American Sociological Review, 22(6), 635-659.

Perraudin, C., Petit, H., Thèvenot, N., Tinel, B., & Valentin, J. (2014). Inter-firm Dependency and Employment Inequalities: Theoretical Hypotheses and Empirical Tests on French Subcontracting Relationships. Review of Radical Political Economics, 46(2), 199-220, doi:10.1177/0486613413497912.

Collaborazionisti o resistenti. L’accademia ai tempi della valutazione della ricerca — ROARS

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Questo intervento tenta di rispondere alla domanda: ma una valutazione massiva della ricerca, come quella sviluppata in Italia con la VQR o nel Regno Unito con il RAE/REF, serve davvero? Nella prima parte discuto cinque argomenti usati per giustificare esercizi massivi di valutazione ex post della ricerca. Dopo aver mostrato che questi cinque argomenti non…

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Uncertainty and information

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Ch. 38 Uncertainty and information

Uncertainty and information are ideas that have a central role in contemporary economics in the domain of decision theory. The expected utility hypothesis is a powerful instrument widely used in theoretical and empirical analysis. However, the leading role in this story is not played by utility, as is usual in the traditional reconstructions of historians of economic thought, but by probability. Uncertainty is in fact a multifaceted concept. It refers to a subjective condition or a mental status of an agent not knowing for certain the consequences of a present or a future event (subjective uncertainty). It refers also to an objective status of things that may results in different outcomes (frequency of occurrences), or are knowable only through careful measurements subject to errors (objective uncertainty). In order for the modern developments to happen, two conditions were required: both objective and subjective uncertainty needed to be treated with the device of probability. Both these recognitions slowly emerged between the seventeenth and the twentieth centuries. The idea of probability originates with gambling. The so-called “classical theory of probability” was developed in order to deal with the particular objective uncertainty in the games of chance. Its history was masterfully reconstructed by Ian Hacking (1975). Mathematical theory of probability is generally taken to begin in 1654 with a correspondence between Blaise Pascal and Pierre de Fermat where some gambling problems were analysed. In 1657 Christiaan Huygens published a Libellus de Ratiociniis in Ludo Aleae (On Calculations in the Game of Dice) that “for nearly half a century . . . was the unique introduction to the theory of probability” (David 1962: 115). In this Libellus the notion of expectation in gambling was clearly defined in reference to the problem of the fair price for a gamble. The notion of fair price or of a fair entry fee for a game of chance was of practical importance for gamblers deciding to participate in a bet; or for when it was necessary to divide a stake because the gamble was interrupted before its conclusion; or again for when a gambler was asked by another to sell his or her place in the gamble. The mixture of money and chance was considered a natural idea, and the basic tenet of “equi-possibility”, as it was called later by Pierre-Simon de Laplace, was based on the symmetry (fairness) of the device used for a gamble.

http://www.elgaronline.com/view/9781849801126.00044.xml

Preprint:
https://www.researchgate.net/publication/272416268_Uncertainty_and_information

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Finalmente su carta

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Baccini su ANVUR: anomalie, costi ed effetti collaterali della valutazione all’italiana — ROARS

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«Questa agenzia è stata variamente chiamata: qualcuno dice “un mostro istituzionale”. Io, in maniera meno polemica, dico: è un’agenzia mal disegnata, perché si è presa un’idea britannica e l’abbiamo messa dentro una struttura napoleonica. […] dentro uno dei gruppi di valutazione della ricerca di area economica, per caso, c’erano tutti questi signori che facevano parte…

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Boycotting research assessment. What would the consequences be? Evidence from Italy. Times Higher Education

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UK academics who dislike the research excellence framework often suggest boycotting it. But could it ever really happen? And what would the consequences be? Italy provides some evidence. The country has its own version of the REF, known as the VQR (“Evaluation of Research Quality”). But Italian universities are in turmoil because of the refusal of large numbers to do so.  Alberto Baccini and Giuseppe De Nicolao consider the protest’s impact. Su Times Higher Education del 21 aprile 2016.

L’articolo completo si legge su Times Higher Education

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Handbook of Bibliometric Indicators

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Su Google Books

Come ridurre i danni della valutazione. (Un commento tornato di attualità)

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Una lettera su Science suggerisce di distribuire fondi di ricerca sulla base di una estrazione casuale.  Ripubblico qua un post uscito su roars che contiene un commento a margine di un intervento di Donald Gillies che proponeva una soluzione del tutto simile.

Non esistono evidenze forti che i meccanismi di finanziamento della ricerca basati esclusivamente sulla peer review dei progetti siano i più efficaci. Donald Gillies argomenta a favore di una modalità alternativa di finanziamento basata sull’estrazione a sorte. Nel sistema italiano i meccanismi automatici di finanziamento messi a punto da MIUR e ANVUR acuiscono i problemi rilevati da Gillies per il caso inglese. L’uso inappropriato della bibliometria, la automatizzazione delle procedure spinge a comportamenti indesiderabili. E ad una riduzione della biodiversità del panorama della ricerca. Si possono ridurre i danni probabili indotti della valutazione?

 

 

 

 

Questo post contiene il commento al seminario tenuto da Donald Gillies a Bergamo il 12 settembre 2014.  

Donald Gillies nel suo articolo pubblicato su RT [1] ha messo l’accento sugli effetti distorsivi derivanti dall’adozione generalizzata della peer review ex-ante per la selezione dei progetti di ricerca. Sintetizzerei dicendo che i principali sono:

  1. la riduzione della biodiversità della ricerca, accompagnata dal premio sistematico al mainstream e alla maggioranza.
  2. un effetto San Matteo per quanto riguarda la distribuzione delle risorse per la ricerca, con una progressiva concentrazione delle risorse su pochi gruppi. tale concentrazione è accentuata da prassi che prevedano a livello locale/istituzionale finanziamenti aggiuntivi che premino le risorse già disponibili.

Aggiungo a queste considerazioni la constatazione che tutto questo avviene nella completa assenza di evidenze empiriche che questa modalità di finanziamento sia migliore di altre possibili. Ioannidis in una articolo su Nature conclude addirittura che

è scandaloso che vengano adottate queste modalità di attribuzione dei fondi nella completa assenza di evidenza che ne mostri i benefici rispetto a metodi alternativi.

Vorrei estendere il ragionamento di Gillies alle procedure di valutazione ex-post. O meglio sul tema della valutazione istituzionale della ricerca del tipo RAE/REF – VQR. Introdotta da Margaret Thatcher nel 1984. Diffusasi nei paesi OECD. Ma non negli USA.

La valutazione della ricerca condotta a livello istituzionale risponde ad una esigenza reale: capire lo stato della ricerca di un paese/delle istituzioni che operano nella ricerca. Credo che sia generalmente condivisibile l’idea che ci sia un controllo da parte di chi paga le tasse sul modo in cui vengono impiegati i soldi pubblici per la ricerca. Credo anche che ci sia un limite intrinseco alla possibilità di rendere efficiente questo processo: la natura irriducibilmente incerta della ricerca determina inefficienze ineliminabili dell’impresa scientifica. Ne è un esempio il fenomeno delle scoperte multiple. Robert K. Merton sostiene che non è infrequente nella storia della scienza che più scienziati giungano contemporaneamente o quasi agli stessi risultati producendo una stessa scoperta. Dal punto di vista economico questo è del tutto inefficiente poiché sono state sprecate risorse: sarebbe infatti stato sufficiente che un solo scienziato giungesse alla scoperta per produrre il beneficio finale, risparmiando le risorse usate dal secondo scienziato.

Questi elementi possono giustificare l’adozione di ragionevoli pratiche di valutazione. Essi sono invece utilizzati per giustificare interventi premio-punitivi automatici a difesa dei quali si coagula una strana alleanza tra i difensori del libero mercato -che pensano che le procedure di valutazione associate alla distribuzione premiale delle risorse sostituiscano il mercato- e i difensori della pianificazione centrale -che ritengono che sia possibile controllare e dirigere in modo desiderabile la ricerca attraverso una opportuna valutazione e la conseguente distribuzione delle risorse. In Italia, sia detto tra parentesi, è questa strana alleanza ad aver prodotto il mostro istituzionale che non ha eguali nei paesi occidentali, rappresentato da ANVUR. Creato da pianificatori (Mussi) ed adottato entusiasticamente da liberisti (Gelmini-Giavazzi).

Gran parte dei problemi sollevati da Gillies in relazione alle procedure di valutazione ex-ante si ritrovano anche nelle procedure di valutazione ex-post. E vi si trovano amplificati. L’errore chiave non sta nel voler capire il posizionamento della ricerca italiana rispetto a quella internazionale. Esigenza legittima e condivisibile. L’errore chiave sta nel legare automaticamente la valutazione alla distribuzione delle risorse. Perché questo ha effetti diretti sui comportamenti individuali, sulle scelte di finanziamento locale, sul sistema della selezione e promozione dei ricercatori.

Provo ad argomentare sommariamente il tipo di distorsioni indotte dalle procedure di valutazione. Per questo c’è bisogno di operare una prima sommaria distinzione tra due grandi modelli di valutazione ex-post. Quello basato sulla peer review del tipo RAE/REF britannico. E quello bibliometrico del tipo ERA australiano.

Il modello con peer review è stato analizzato mirabilmente da Donald Gillies nel suo libro del 2008. Esistono ormai  evidenze forti che le procedure di valutazione vanno incontro a problemi di penalizzazione sistematica del non-mainstream. Penso per esempio ai lavori di Lee sugli economisti.  La peer review ex-post negli esercizi di valutazione soffre degli stessi problemi cui si va incontro nell’ex-ante.

Molti, sopratutto in Italia, sostengono che l’uso automatico della bibliometria nelle procedure di valutazione è un modo efficace per ridurre la possibilità che i gruppi accademici controllino la peer review. In relazione a questo si pongono due problemi. Il primo è: l’arbitrarietà cioè l’esercizio del potere accademico si sposta dal controllo della peer review al controllo del tipo di bibliometria da utilizzare.

Quando si usa la bibliometria, soprattutto quando la bibliometria è adottata in forma automatica negli esercizi di valutazione, e quando si privilegia l’uso di un numero estremamente ristretto di indicatori -possibilmente un solo indcatore: il sacro-graal della valutazione. allora la bibliometria genera problemi enormi. Ormai ben documentati in letteratura. Proviamo a passarli brevemente in

  1. peggioramento delle performance citazionali indotto dall’adozione di liste di riviste (australian case)
  2. riduzione della ricerca di interesse locale (ancora australian case)
  3. Effetto mainstreaming. I campi con strutture istituzionali più forti hanno performance citazionali migliori di campi meno integrati e più dispersi. Per esempio in area medica le ricerche di oncologia hanno risultati migliori di quelle epidemiologiche, che hanno risultati migliori delle ricerche sulle malattie rare e delle ricerche interdisciplinari. La ricerca clinica ha performance peggiori della ricerca di base (PLOS 2013) Nell’area matematica, la ricerca applicata ha risultati migliori della matematica pura e tutte surclassano le performance della storia della matematica. Questo genera distorsioni nel modo in cui si fa ricerca.
  4. Distorsioni sistematiche legate a 1) lingua 2) gender 3) ricerca interdisciplinare.

L’uso (non solo inappropriato) di metriche ha come conseguenza probabile la riduzione della bio-diversità della ricerca e forse anche della creatività. Questo può avere effetti negativi sull’impatto socio-economico della ricerca.

L’uso della bibliometria induce gli scienziati a comportamenti opportunistici. Anche questi sono ben documentati in letteratura sotto l’etichetta onnicomprensiva del gaming. Eccone una classificazione:

  1. Salami slicing
  2. Retraction
  3. Predatory publishing
  4. Ghost authorship
  5. IF boosting
  6. Coercive citation
  7. Plagiarism
  8. Self-plagiarism

Da questo punto di vista il caso italiano appare drammatico. La VQR è costruita in modo tale da sommare al problema della peer review quello della peggiore bibliometria automatica. La distribuzione premiale delle risorse è anch’essa automatica. Il meccanismo delle mediane è un potente strumento che favorisce il gaming.

Dubito che nel breve periodo siano messi in atto interventi tali da bloccare i meccanismi distorsivi messi in moto da MIUR e ANVUR.

Per tutto quanto detto sopra è auspicabile che i meccanismi di finanziamento siano scollegati dalla valutazione della ricerca.

Nel caso in cui questa opzione non sia politicamente perseguibile, è auspicabile che vengano messi in atto meccanismi complementari di finanziamento alla ricerca che a livello nazionale o locale premino la biodiversità ed incentivino il pluralismo. Due proposte molto semplici da implementare, ispirate dalle riflessioni di Gillies sono la attribuzione di fondi di ricerca distribuiti a pioggia o casualmente.

[1] GILLIES, Donald. Selecting applications for funding: why random choice is better than peer review. RT. A Journal on Research Policy and Evaluation, [S.l.], v. 2, n. 1, may. 2014. ISSN 2282-5398. Available at: <http://riviste.unimi.it/index.php/roars/article/view/3834>. Date accessed: 26 Oct. 2014. doi:10.13130/2282-5398/3834.

The bad way to Italian research assessment

Napoléon et l’évaluation bibliométrique de la recherche. Considérations sur la réforme de l’université et sur l’action de l’agence national d’évaluation en Italie.” Canadian Journal of Information and Library Science-Revue Canadienne des Sciences de l’Information et de Bibliotheconomie, 2016, 40(1), 37-57.

available here [preprint]

Résumé:

Les réformes de l’Université entreprises en Italie ont introduit des innovations dans un appareil administratif napoléonien inadapté à les recevoir, générant ainsi un système institutionnel complètement déséquilibré. Le centre de gravité du système est passé de l’administration ministérielle à l’Agence nationale d’évaluation de l’université et de la recherche (ANVUR), par l’attribution directe au groupe d’élite choisi par le gouvernement, d’un pouvoir énorme et sans contrepoids sur la recherche et les universités. Une mauvaise conception de la gouvernance de l’ANVUR a déterminé la réalisation d’activités d’évaluation techniquement inadéquates. Les critiques adressées aux activités d’évaluation et aux méthodes bibliométriques ont réanimé le débat sur la politique de la recherche en Italie, et suscité l’émergence d’un scientific counterpublic.

Abstract:

The academic reforms in Italy have introduced innovations in a Napoleonic administrative apparatus unfit to receive them, thus generating a completely unbalanced institutional system. The system’s center of gravity has moved from the administration by the ministry to the National Agency for the Evaluation of University and Research (ANVUR), assigning directly to the elite group chosen by the government enormous power on research and the universities, without counter-weight. The poor design of the governance of the ANVUR has resulted in the realization of technically inadequate evaluations. Criticism addressed to the evaluation activities and to the bibliometric methods used have revived the debate on research policy in Italy, with the emergence of a scientific counter-public.

La questione meridionale dell’Università

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Sulla prima pagina de Il Mattino di Napoli, un mio articolo sulla questione meridionale dell’università.

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Edizione on line

Orario ricevimento

Ricevimenti mese di settembre (via Mattioli)

Martedì 8 settembre ore 12:30

Giovedì 10 settembre ore 12:00

Mercoledì 23 settembre ore 12:30

Ricevimento nel periodo delle lezioni (dal 28 settembre al 18 dicembre)

Lunedì, Martedì e Mercoledì dalle ore 14 fino alle 15,30 (Via Mattioli)

Da martedì 3 novembre i ricevimenti del martedì si terranno in Piazza San Francesco.

Per appuntamenti in orari diversi anche via skype scrivere a: alberto.baccini@unisi.it

La valutazione irresponsabile

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Mentre il Ministro Giannini emanava le Linee Guida per la VQR 2011-2014 (27 giugno) e l’ANVUR varava la versione provvisoria del Bando di partecipazione (8 luglio 2015), nel Regno Unito l’Agenzia finanziatrice del sistema universitario inglese (HEFCE),  responsabile degli esercizi nazionali di valutazione (RAE/REF), pubblicava (9 luglio) un interessante rapporto: The Metric Tide: Report of the Independent Review of the Role of Metrics in Research Assessment and Management. La coincidenza temporale non poteva essere più sfortunata per MIUR ed ANVUR. In questo post, inziamo un (impietoso) confronto tra le riflessioni del gruppo di esperti indipendenti ed il modo in cui in Italia si concepisce e si prevede di realizzare la prossima VQR, ragionando, innanzi tutto, sulla presunta intercambiabilità della valutazione bibliometrica con quella basata sulla peer review.

Il post pubblicato su http://www.roars.it si legge qua.

Verso la prossima VQR. Ecco il mio intervento al terzo convegno annuale di ROARS

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Ecco le slide del mio intervento al terzo convegno annuale di ROARS del 19 giugno.

Università 3.0. Presentazione a Pisa

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Università 3.0. Il libro della Redazione di Roars

Anche in formato elettronico: qui